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[Saggio]
Recensione di Giovanni Dall'Orto
Simpatico, ma l'approccio è in massima parte giuridico
Simpatico, questo libretto, che per le sue dimensioni super-tascabili (di fatto è un saggio da rivista un po' lungo) si legge in poche ore. Simpatico, ma anche deludente.
Sul
tema del plagio, il "prestito non dichiarato" di scritti altrui, ci sarebbe
molto da dire, massimamente da quando è iniziata l'era del digitale,
nella quale col "copia-e-incolla" si possono fare veri... "miracoli".
Ma
proprio il dibattito tuttora in corso sulla "proprietà intellettuale",
presuntamente minacciata dalla "pirateria informatica", ci ha portato a
dibattere e riflettere sul tema, rivelando inaspettatamente come il "prestito"
sia da sempre una delle fonti più importanti della cultura umana.
Pensiamoci
su. Se io non avessi "rubato" la lingua e le parole con cui sto scrivendo
queste righe, potreste capirmi, voi che leggete? E sia ben chiaro, non
solo non l'ho inventata io, questa lingua che sto usando, ma se me ne inventassi
una completamente originale il valore di queste righe diverrebbe nullo.
Questo
è un esempio di come la cultura posa aver valore non perché
totalmente originale, ma al contrario perché condivisa e/o condivisibile
(quanto varrebbe la Microsoft se centinaia di milioni di persone non avessero
memorizzato come cosa propria gli algoritmi necessari per fare funzionare
i suoi software? E quanto vale, quanto conta, un libro geniale, ma tenuto
gelosamente inedito in un cassetto?).
Ciò
premesso, però, se dopo averlo comprato io avessi aperto questo
libro ed avessi scoperto che era plagiato da un altro libro che avevo già
letto, ebbene, "condivisione della cultura umana" o no mi sarei incazzato,
e ritenuto truffato.
Ma
se invece di un libro si fosse trattato di un sito, che copiava da un altro
sito, non mi sarei incazzato, avrei solo sbuffato e sarei andato altrove.
Dunque
la differenza tra plagio capitale e plagio veniale sta nel pagamento? Forse,
ma non solo. Se nel sito copione di cui sopra avessi riconosciuto uno scritto
fregato dal mio sito, che pure si consulta gratuitamente, mi sarei
incazzato lo stesso.
Dunque,
i criteri che permettono di distinguere fra "plagio socialmente accettabile"
e il suo contrario sono numerosi e interagenti: non esiste un criterio
unico e semplice, come sostengono i talebani della "difesa della proprietà
intellettuale" ad ogni costo...
Ho
comprato questo libro pensando che fosse un ulteriore contributo a questo
dibattito affascinante e a queste domande intriganti.
Ma
non lo è.
O
meglio, lo è, ma da un punto di vista preciso e circoscritto: quello
di un giurista. Che ha scritto una lezione accademica semplice,
piana, ricca di esempi facilmente comprensibili, su cosa significhi il
concetto di "plagio" per la legge statunitense.
Posner
è una persona non solo preparata nel campo che tratta, ma è
anche una persona colta e di molte letture, come dimostra la ricchezza
delle citazioni e degli esempi che propone.
Inoltre
(non importa se per merito suo o del lavoro "plagiato" del redattore :-)
) il testo scorre liscio come seta, senza il blablabla tipico dei testi
giuridici italiani, sempre scritti con l'intenzione d'essere oscuri. Questo
è un testo giuridico, ma se non ve lo dicesse l'autore potreste
anche non accorgervene, visto che è scritto come una pacata chiacchierata
fra amici.
Il limite di questo approccio è che l'autore, pur essendo persona colta e intelligente, che conosce bene i limiti di ciò che sta dicendo, ha scelto deliberatamente di muoversi solo all'interno di questi limiti. Posner non mette mai in discussione il bizzarro concetto della cosiddetta "proprietà intellettuale", ovvero la pretesa del monopolio mondiale su una sequenza di suoni della voce umana o di segni tipografici o di bit. Questo concetto viene dato per acquisito fin dalle prime pagine, e mai discusso neppure in una riga.
L'attenzione di Posner si rivolge semmai a quei casi curiosi e divertenti in cui il plagio è talmente accettato da essere invisibile, per esempio, laddove un autore cannibalizza un suo lavoro precedente in un lavoro nuovo ("plagiando" se stesso), oppure nel campo che Posner conosce meglio, quello delle sentenze di tribunale, che sono in gran parte scritte cannibalizzando il lavoro di cancellieri, giuristi, avvocati, ma firmate dai giudici. Solo che in questo campo nessuno si aspetta affatto che un giudice sia innovativo, e crei dal nulla sentenze nuove e originali, e magari perfino bizzarre. Anzi, da lui ci si aspetta l'esatto opposto: in giurisprudenza, il precedente legale fa testo.
E' sicuramente divertente leggere queste considerazioni, che servono all'autore per aiutarci a scartare le definizioni più rozze e immediate del plagio ("Il plagio è la scopiazzatura!") per portarci infine a una definizione più sfumata e articolata di "Copia fraudolenta non consensuale".
Particolare attenzione è dedicata dall'autore al problema degli elaborati degli studenti che clonano o parafrasano, sempre più, elaborati scritti da altre persone, magari scaricati dalla Rete.
Ora,
gli studenti da che mondo è mondo sono sempre stati incoraggiati
a copiare, anche se attraverso modalità ritualizzate di copiatura.
(Nessuno ha mai lodato uno studente per aver sostenuto tesi che nessuno
studioso aveva mai sostenuto prima di lui).
L'importante
era che fosse ben distinguibile la parte che non era farina del sacco dello
studente, e questo era un principio semplice e del tutto logico.
Ora però le generazioni più giovani stanno debordando in massa dai confini del plagio "lecito", perché sembrano diventate incapaci di percepire la differenza fra plagio "ammissibile" e quello "scorretto", ovvero la differenza fra una citazione (consentita) e una scopiazzatura (su questo specifico tema si veda la monografia di Lawrence Lessig, Remix. Il futuro del copyright (e delle nuove generazioni), anch'esso opera d'un giurista, ma più problematico di Posner).
Davvero
i ragazzi del XXI secolo sono geneticamente più delinquenti dei
loro predecessori? Oppure, più banalmente, si limitano a percepire,
prima e meglio di chi è cresciuto in un contesto diverso da quello
che esiste oggi, che il confine fra queste due cose, un tempo netto, oggi
è diventato confuso nella produzione culturale stessa?
In
altre parole, come
è stato autorevolmente sostenuto altrove, la confusione dei
ragazzi forse è un sintomo della confusione dello status
attuale della produzione intellettuale, e non la sua causa, come
si sgolano a ripetere i fanatici della "proprietà intellettuale".
Purtroppo Posner non si rivolge nessuna domanda su tutti questi paradossi, preferendo descrivere nei dettagli i nuovi software con i quali le università americane stanno memorizzando tutte le tesi di laurea prodotte e tutte le tesine, per confrontarle fra loro e sbugiardare infallibilmente i plagi grazie all'informatica.
Posner,
dal suo punto di vista, fa bene a proporci questa disanima, per carità.
Dopo tutto il plagio è per davvero scorretto, per dirla con
un eufemismo (specie poi se si fregano le pagine del mio sito!!!!).
Tuttavia
mi chiedo quanto tempo passerà prima che questi software comincino
a sputare un sacco di "falsi positivi" dovuti al fatto che la cultura umana,
per sua natura, è fatta di idee ripetute, di idee condivise, di
frasi citate, di concetti presi in prestito... in parole povere, di condivisione.
Fondere
testi digitali preesistenti non è necessariamente scorretto.
Milioni di giornalisti in tutto il mondo lo fanno tutti i giorni, frullando
comunicati stampa, lanci d'agenzia, dichiarazioni altrui. Quel che conta
per loro non è l'inedicità assoluta dei materiali di partenza,
bensì l'originalità del risultato finale.
E
questo è un concetto ben diverso da quello da cui siamo partiti...
Dopo tutto, Shakespeare ha passato la vita a ricicciare novelle altrui,
che però oggi sono quasi tutte ricordate solo in quanto genialmente
plagiate da lui, e per tutto il resto sprofondate nel dimenticatoio.
Ebbene,
Posner, su questa lunghezza d'onda, proprio non riesce a sintonizzarsi.
Di tutto questo dibattito e di queste problematiche, c'è appena
qualche traccia.
Peccato.
Perché nonostante il garbo della sua scrittura (che vorrei tanto
che avessero i suoi omologhi italiani!) e la piacevolezza del suo stile
(che solo l'aridità delle questioni giuridiche rende a tratti, inevitabilmente,
un po' noioso), direi che questo librettino sia fondamentalmente un'occasione
mancata, un'operina della mano sinistra.
Leggerlo
non ha costituito certo per me una perdita di tempo, sia chiaro, tuttavia
non posso dire di avere una comprensione del fenomeno migliore di quella
che avessi prima di aprire queste pagine. Conosco, sì, qualche curiosità
divertente in più, ma il problema del plagio (ovvero il problema
stesso del perché il plagio sia un problema per una razza come
quella umana che dell'imitazione vive, fin dai primi mesi di vita) non
trova in queste pagine nessuna risposta.
Davvero un peccato. Un autore bravo come questo avrebbe potuto dirci, e darci, molto di più.